mercoledì 17 dicembre 2008

La festa di "Gesù Bambino"

"A Natale si festeggia il compleanno di Gesù Bambino."
"E allora andiamo alla festa?"
"Gesù Bambino è in cielo non organizza una festa. Festeggiamo con i nonni, gli zii."
"E ma in cielo non c'è la torta con le candeline?"
"Beh no, però Gesù Bambino è tanto buono e ha detto a Babbo Natale di portare i regali a tutti i bambini bravi."
"A allora purrre a me, perchè io sono bravo!"
"Allora io voglio un gatto, un asino e un cavallo di peluches e anche un tamburo."
"E a Luca?"
"Cosa credi a Luca gli va bene solo un tavolo da lavoro nero e se non lo trova piange."
"E se non trovi tu i regali che hai chiesto?"
"Se non li trovo...."
Marco strizza gli occhi nell'atto di compiere uno sforzo, contorce il labbro in una smorfia, un misto di riflessione e ricerca interiore. Si guarda in giro e osserva i tanti giocattoli sparsi in cerca di una ispirazione.
"Se non li trovo mi va bene una moto grandissima di Casey Stoner."
"Come un'altra moto di Casey Stoner! Marco avete due moto di Casey, due di Valentino, tre di Pedrosa. Tra te e tuo fratello avete più moto che al concessionario sotto casa e vuoi un'altra moto di Casey Stoner?"
"E si perchééé Babbo Natale è rosso e porta la moto rossa!"

Ormai il Natale si avvicina. Marco ha la camera talmente piena di giochi che non sa nemmeno cosa desiderare e questo non mi piace. Non voglio che impari che tutto quello che vuole lo può avere sempre e subito o, come spesso accade, che non c'è nemmeno bisogno di desiderare, perchè c'è sempre qualcuno che anticipa i suoi desideri realizzandoli. O forse è ancora troppo piccolo per capire e va bene anche così.
Però un aspetto positivo in tutto questo c'è: Babbo Natale per quest'anno sarà libero di scegliere e sicuro di non sbagliare!

martedì 16 dicembre 2008

Ho detto "sì"


Domenica ho incontrato L.
L. era la mia migliore amica. Poi la vita ha allontanato le nostre strade. Ci vediamo raramente ora ma quando accade c’è un sorriso e un velo di nostalgia. Ci accomunano i ricordi più che la vita presente perché a volte si scopre di non avere molto in comune con le persone un tempo importanti nella nostra vita: crescendo maturi altri interessi, altre idee.
L. mi ha detto che si sposa la prossima estate. Mentre lo diceva era radiosa, felice e desiderosa di iniziare questa nuova esperienza di vita. I suoi occhi luminosi, riflettevano la sua gioia.

Da piccola ero affascinata dai matrimoni e dagli abiti che indossavano le spose e il sabato mattina d’estate partecipavo a quasi tutte le cerimonie della chiesa vicino a casa, non mi interessava la funzione in sé ma l’abito bianco. Sognavo anche io di indossare un giorno quell’abito, un abito elegante e prezioso.
Mi sono sposata poco prima dei ventisette anni. Desideravo ancora quell’abito, forse non più bianco, ma un abito chiaro, lungo, un abito che doveva in qualche modo tradurre la favola.
Però quando Antonio ed io abbiamo deciso di sposarci avevamo idee molto diverse sulla cerimonia: io avrei voluto la classica cerimonia religiosa, quella stessa che mi faceva sognare da bambina; lui, agnostico come si autodefinisce, voleva un matrimonio civile. Alla fine come spesso accade nella vita, siamo arrivati ad un compromesso.
La sera prima del matrimonio: i parenti di Antonio stipati con lui nel nostro bilocale, i miei futuri suoceri ed io a casa dei miei genitori, gli amici altamurani nel camper parcheggiato nel cortile di casa. Un camper fornito di ogni comfort e di ogni genere alimentare: ho trascorso con loro la serata prima delle nozze mangiando pasta fresca con funghi cardoncelli preparata dalla madre di Domenico.
La mattina mentre ero ancora dal parrucchiere vengo raggiunta dal fotografo e amico, poi la corsa a casa già invasa dai parenti.
Arriva Antonio, in casa non c’è più una stanza libera, si cambia sul camper.
Io chiusa nella camera di mio fratello aspetto, perché un minimo di tradizione andava rispettata.
Ok posso uscire.
“Non ti cambi?”
“Sono già vestita.”
“Come?”
“Si mi sposo così.”
Indossavo un semplicissimo abito rosso.
Eccoci, sono già tutti seduti. Mio padre mi accompagna. E’ emozionato.
Io improvvisamente inizio a tremare. Le gambe sembravano cedere e quei venti metri erano interminabili e pensavo di non farcela. Davanti a me il mio futuro marito, l’uomo con il quale già vivevo e non aveva senso tremare non sarebbe cambiato nulla; al mio fianco mio padre. Felice? Non so lo. Di sicuro più sereno perché a lui quella convivenza non piaceva, l’aveva accettata ma era troppo lontana dal suo mondo.
La cerimonia procede, io sono serena, rilassata.
Tocca a me devo dire sì, solo sì. Nemmeno la raucedine è capace di farmi tacere e in quel momento la voce si blocca in gola, forse nessuno se n’è accorto ma l’emozione mi ha reso difficile pronunciare quelle due sillabe.
Perché alla fine anche se non è la cerimonia dei tuoi sogni di bambina, hai accanto l’uomo che ami, tutto il resto non conta più e ti emozioni. Puoi lasciare spazio ai tuoi sentimenti più intimi, è il tuo giorno e tutto ti è concesso: la fragilità, le lacrime, la paura, la gioia, il riso.
E’ stata una bella giornata di festa, una giornata vissuta senza aspettative perché non volevo restare delusa e che non mi ha delusa affatto.

Tra pochi mesi anche L. farà il grande passo. Ha scelto una chiesa semplice e sobria e sarà una sposa radiosa come lo era domenica mentre parlava del suo ragazzo.
Cosa augurare ad una amica? Solo tanto amore, perché il matrimonio non è solo un bel giorno, un giorno "indimenticabile".
E’ un sì che si ripete ogni giorno, un sì spesso difficile che va difeso e protetto, ma se accanto hai un uomo in cui credi e che crede in te anche i giorni difficili diventano in fretta ricordi lontani.

lunedì 15 dicembre 2008

La neve

L’altra mattina siamo usciti molto presto Marco ed io.
Alla fermata del tram c’eravamo solo noi, intorno una Milano imbiancata e silenziosa. Una Milano irreale, da cartolina, quasi magica. Il lampione davanti a noi illuminava i copiosi fiocchi di neve che scendevano quasi danzando in una atmosfera rara, natalizia.

Ero in prima media e avevo una professoressa di italiano severa che aveva la capacità di rapire un pubblico indisciplinato di studenti e di far sedimentare i suoi insegnamenti in un qualche cassetto della mente. La rivedo mentre zoppicava fingendo di appoggiarsi al bastone imitando i verbi transitivi che hanno bisogno del complemento oggetto (il bastone) per reggersi e mentre tornava saltellante su due gambe quando passava ai verbi intransitivi. Una volta mentre viveva la rappresentazione di un complemento è inciampata urtando un banco e trasformando un complemento di moto a luogo in uno stato in luogo "figurato".
La professoressa P., perché non potevi chiamarla prof., mi ha fatto amare l’analisi grammaticale e l’analisi logica e ancora oggi quando incontro sulla metro ragazzi in crisi sui vari "complementi" non riesco a trattenermi e intervengo.
Cosa centra la professoressa P. con la neve?
La professoressa P. era una insegnante come poche, una donna carismatica e forte, una donna sicura di sé, progressista e femminista. Aveva tre figli che adorava ma prima di tutto aveva un lavoro che amava e da difendere con i denti perché una donna deve anche lavorare, deve essere rispettata nella società e senza un lavoro non c’è rispetto, c’è abnegazione e sottomissione al marito. Questo suo pensiero che non condivido pienamente, la portava ad alienare da lei ogni sogno, ogni fantasia.
La mattina di Natale di quell’anno ci siamo alzati con la neve, caduta abbondante e improvvisa durante la notte. L’unico modo per muoversi era camminare, così con la mia famiglia siamo andati a messa e poi dai nonni sempre camminando sulla neve. Io ero felicissima e guardavo estasiata un paesaggio immacolato e luminoso, guardavo con gli occhi di una bambina romantica e sognatrice quello spettacolo della natura. E avevo pensato di descrivere nel tema delle vacanze proprio quella mattinata e i sentimenti che aveva suscitato in me.
La professoressa P. ha pensato di leggere il mio tema in classe, a voce alta, e di dirmi di non scrivere più simili stupidaggini, di essere concreta e meno sognatrice e che lei altri temi così non li voleva più vedere. Io a scuola ero brava e non abituata ai rimproveri, ma ero anche piuttosto timida e mi sentivo umiliata.
Mi sono sentita piccola piccola e per lei ho dovuto scrivere senza sentimento, ma non ero io e quegli otto non mi appartenevano.

L'altra mattina sotto la neve ho vissuto con mio figlio dentro un quadro raro e insieme abbiamo assaporato la magia di quei momenti. La professoressa P. con quel rimprovero aveva solo sospeso una parte di me, non era riuscita a cambiarla.

Due ore dopo era tutto finito: neve sporca, marciapiedi impraticabili, traffico caotico e rallentato. La città si era svegliata.

sabato 13 dicembre 2008

Amore fraterno

"Marco lascia stare l'albero!"
Sono quattro anni che Marco vede lo stesso albero di Natale e fino ad oggi non aveva mai cercato di utilizzarlo tutto o in parte per giocare. Questa sera ancora euforico per la visita di G. e S. ha pensato bene di lanciare per la stanza le palline più piccole, quelle rosse. Abbastanza normale a dire il vero per un bimbo di tre anni, normale era anche il mio tentativo di impedirglielo spiegando quello che già sapeva.
Quello che non mi aspettavo, era la reazione di Luca.
"Marco no! Lascia stare l'albero!"
Luca inizia a camminare verso Marco, deciso a raggiungere il fratello nonostante i tanti giochi sparsi a terra e il suo precario equilibrio. Eccolo, si inginocchia vicino a lui e mentre io rimprovero Marco, Luca mi guarda con aria di sfida e:"te te te te te te, knu knu knu...".

Piccolo rospino insolente, amore mio, che hai occhi solo per la tua mamma e "Mamma" è la sola parola che sai dire, unica eccezione al tuo linguaggio monosillabico, al tuo solito "knu". Mi hai illuso fino ad oggi ed io pensavo di essere l'eletta, degna di affetto, di considerazione; l'unica che avresti protetto e difeso contro tutto e tutti. Ecco questa sera mi hai tradito schierandoti dalla parte di tuo fratello.
Mi hai stupito ma mi sei piaciuto.
Caro Luca avrei voluto avere una telecamera accesa questa sera per poter mostrare a papà e a te, tra qualche anno, la tua reazione. Vedo la complicità crescere di giorno in giorno e mi convinco sempre più che tu e Marco vi vorrete bene, vi amerete e vi difenderete sempre. State scoprendo un affetto reciproco fatto di baruffe e spintoni ma anche di carezze, risate e complicità. State scoprendo di essere fratelli.

venerdì 12 dicembre 2008

Un bacio "in" bocca

Spesso Marco ci parla dei suo compagni della scuola d'infanzia.
Ci parla dei suoi amici, dei giochi che fanno insieme, di R. che gli dà gli schiaffi, di E. sempre premuroso con lui e con il quale fa tanti giochi, di V.M. che gli regala disegni ma non vuole i suoi perché dice che sono brutti.
Ogni giorno ascolto quello che mi racconta e cerco di consolarlo, incoraggiarlo, educarlo senza forzature, cerco di insegnargli a farsi rispettare senza essere violento.
A volte non è semplice, è un bambino intelligente, vuole capire e non accetta risposte approssimative e superficiali:
“Perché mamma tu mi dici che i miei disegni sono belli e V.M. mi dice che fanno schifo?”
“Io glielo dicio alla maestra ma lei non fa niente.”
“R. mi da i pugni, io gli dico che è monello ma lui continua e mi dice "bip bip"”.

Oggi era la volta di G..
G. è una bella bambina di quattro anni, una bambina spigliata e molto socievole.
"Lo sai mamma che G. bacia tutti in bocca?"
"Davvero e bacia anche te?"
"No mamma perchè non voglio. Mamma tu li vuoi i baci di G.?"
"Marco non la conosco e io non sono una bimba, lei bacia i bimbi perchè è affettuosa."
"Ma mamma si che la conosci te l'ho presentata io."
"Va bene, allora domani le do un bacio grande grande."
"Mamma mi dai un bacio in bocca?"
"Ma ti do sempre tanti baci sulla bocca, vieni qui!"
Marco mi si para davanti a bocca spalancata come se fosse di fronte ad un dentista.
"Marco chiudi la bocca che ti do un bacione!"
"Ma mamma G. bacia con la bocca aperta!"
Qualche minuto dopo Marco inizia a rincorrere Luca.
"Luca lo vuoi un bacio in bocca?"
"Knu" la solita risposta monosillabo di Luca.
Marco lo afferra e spalanca la bocca per baciare il fratello che prontamente allunga la lingua e gli lecca mezza faccia.
Mi aspettavo la solita reazione schifiltosa e invece Marco si diverte e Luca ancora di più forse stupito dalla insolita disponibilità del fratello e la scenetta si ripete più volte tra le risate di entrambi.

Caro Marco, ieri sera ti abbiamo ascoltato divertiti io e papà mentre ci raccontavi con estrema spontaneità dei vani tentativi di baciarti della tua amica G..
Papà rideva tra sè perchè aveva assistito alla simpatica scenetta e aveva osservato il tuo sprezzante rifiuto accompagnato da un altrettanto sprezzante"che schifo!". Anche io ero contenta perchè i baci sulla bocca li vuoi solo da me, perchè la tua mamma non ti fa schifo, non sempre almeno.
Tra qualche anno, spero molti, non reagirai più così di fronte ai tentativi di una amica di baciarti, capirai che il bacio "alla francese" della tua precoce amica G. non fa poi così schifo e ti accorgerai che con una “amica” si può avere una intimità ancora maggiore.
Mi auguro che quando succederà non avrai vergogna di raccontarlo alla tua mamma e ti confiderai ancora con me con la spontaneità di oggi. Non importa se non ascolterai i miei consigli, a me farà sempre piacere condividere le tue esperienze e la tua vita.

giovedì 11 dicembre 2008

Per colpa di una macchina pazza

Ieri mattina ero seduta sul tram con Marco. Eravamo al capolinea e aspettavamo che partisse.
Marco si lamentava, il viso bagnato dalla neve e dalle lacrime, aveva da poco fatto il prelievo del sangue e aveva sentito più male del solito. Effettivamente l’infermiera, arrivata con un ritardo di trentacinque minuti causa neve, era molto brusca nei modi, un po’ stile Rottermaier e Marco aveva iniziato a piangere ancora prima di realizzare pienamente che non dovevamo solo parlare.
Accanto a noi si è seduta una ragazzina. Sembrava molto giovane, una bambina d'aspetto e nelle espressioni; si è subito messa a parlare in modo spontaneo e simpatico.
Le abbiamo raccontato del prelievo e della infermiera monella che aveva fatto tanto male a Marco e della macchina pazza che ci aveva spruzzato le gambe di acqua sfrecciando davanti a noi ad alta velocità.
Lei con viso sereno ci ha raccontato che aveva perso due gemelli al settimo mese di gravidanza per colpa di un'auto che non l’aveva vista mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali. Ci ha raccontato che aveva sofferto di depressione per un intero anno e che per tutto quel periodo ogni volta che vedeva un bambino piccolo iniziava a star male e si comportava come una pazza. Da qualche mese stava meglio. Mi ha chiesto quanti anni pensavo avesse ed effettivamente quei dieci anni in più rispetto a quello che io credevo non li dimostrava proprio.
"Non ti scoraggiare, vedrai che quando ti sentirai pronta potrai affrontare un nuova gravidanza e andrà tutto bene!” le dico.
Non aveva finito il suo racconto: il padre dei bambini aveva pensato di lasciarla subito dopo l’incidente, proprio quando aveva più bisogno di lui.

Di solito un fatto è per me spunto di riflessione, di analisi, di commento. Oggi non so cosa dire.

mercoledì 10 dicembre 2008

Nome per un figlio

Tempo fa ho incontrato una signora in un negozio di articoli per l'infanzia e come mia abitudine ho iniziato a parlare con lei. Quando le ho chiesto il nome del suo bambino si è sentita a disagio e prima di rispondere, svelando quei due nomi mal assortiti e piuttosto lunghi, mi ha spiegato il perchè della "scelta". Non aveva potuto e voluto disonorare il marito e il suocero dicendo che a lei proprio quei nomi non piacevano.
Un anno più tardi in circostanze diverse ho incontrato la stessa signora ma non l'ho riconosciuta subito. Poi la crudele domanda: lo stesso imbarazzo, la stessa spiegazione, lo stesso nome: "Achille Salvatore".
Al di là della simpatia per la signora che sfogava la sua frustrazione raccontando l'origine del nome di suo figlio a perfetti estranei: assurdo era l'imbarazzo e assurdo il movente. Per non parlare del bambino che avrebbe iniziato ad avvertire ben presto il disagio della madre nei confronti del suo nome.

Quell'episodio, quel doppio episodio, mi ricordava qualcosa avvenuto anni prima.

Eravamo a pranzo dai miei futuri suoceri. Io e Antonio ci saremmo sposati di lì a poco, dopo un anno di convivenza e poco più di conoscenza. Fino ad allora avevo visto due o tre volte la sua famiglia e conoscevo poco il contesto in cui vivevano, le abitudini, le tradizioni locali.
Le voci si sovrapponevano e spesso il dialetto aveva il sopravvento: d
i sicuro io stavo parlando di matrimonio, qualcuno sembrava parlare del fatto che io fossi in attesa. Il perchè le due informazioni stessero procedendo parallelamente non mi era chiaro allora e mi risulta poco comprensibile e accettabile anche oggi. Ma è andata così.

"Allora arriva Pietro!"
"Chi è Pietro? Scusa ma stiamo aspettando qualcun altro?" chiedo.
"Puoi anche dirlo che sei in cinta, tanto prima o poi si vede?"
"Io veramente non sono in attesa ma anche se fosse, mio figlio non si chiamerebbe Pietro."
Tu pensi di avere detto una cosa come un'altra. Non sei in attesa, non hai mai pensato al nome da dare ad un eventuale figlio, ma sai che Pietro non è un nome che sceglieresti. A te piace Andrea, Davide, Stefano, Marco, non Pietro e lo dici.
Improvvisamente il gelo. Mia suocera se ne va in cucina e non apre più bocca e mio suocero rimane visibilmente amareggiato, ma da signore quale è, non commenta.
"Ma che ho detto? Scusa Antonio ma cosa ho detto di sbagliato?"
Interviene il mio futuro cognato che ama fare battute:"Perchè non vuoi chiamare Pietro tuo figlio? Offenderesti il nonno? Daresti un dolore così a tua suocera?"
Il tutto era così lontano dal mio modo di pensare e la situazione sembrava talmente ridicola che non capivo dove finiva lo scherzo e dove iniziava ad essere seria.
"Non voglio offendere nessuno, non sono in attesa di nessun bimbo ma di certo quando succederà non chiamerò mio figlio Pietro."

Se già la famiglia di tuo marito ha una opinione "bassa" di te, hai detto una delle poche cose che poteva contribuire ad azzerare il tuo punteggio.

Ad Altamura, il paese di mio marito, è tradizione che una coppia non decida il nome dei figli in base a gusti, preferenze o a qualsiasi motivo possa appartenere alla coppia in sè; ad Altamura i figli ereditano oltre che una parte del patrimonio genetico anche il nome dei nonni paterni prima e materni poi. Per accontentare tutti dovresti avere la fortuna di mia suocera: due figli maschi e due figlie femmine. Questa tradizione è talmente radicata che non puoi pensare di discutere su questo tema, nè con i "vecchi", nè con i giovani. Anche i nostri amici hanno rispettato questa usanza e nessuno penso l'abbia seguita contro voglia perchè quando nasci e cresci in un posto anche le tradizioni sono parte di te, del tuo vissuto e tutto diventa normale, scontato, ovvio direi.
Per me però non era normale, era "strano", una forzatura senza senso: il nome di mio figlio doveva prima di tutto piacermi.

Anni dopo, molto anni dopo per la verità, in attesa lo ero davvero e qualcuno ha sperato fino all'ultimo che scherzassi, che non osassi fare un simile oltraggio alla famiglia. Qualcuno ha persino detto a mio marito che con un nome diverso mio figlio non sarebbe stato uguale agli altri nipoti. Quel qualcuno non sapeva di essere in vivavoce.
Mio figlio, il mio primo figlio si chiama Marco perchè a me e a mio marito piaceva quel nome e perchè l'amore o il rispetto per le persone non si vede solo dal nome che porti.
Quindici mesi dopo ero di nuovo in attesa. Io e Antonio abbiamo proposto a Marco tre nomi e lui ha scelto Luca.