Siamo a fine settembre. Sulla carta, l’autunno meteorologico è già iniziato e il solstizio si è consumato una settimana fa. Guardandoci intorno possiamo notare i primi colori autunnali sugli alberi, eppure in alta quota le condizioni sono pressoché estive e superare i 2.500 metri è ancora del tutto agevole. È triste ammetterlo, ma il cambiamento climatico ci consente di vivere la montagna di alta quota anche in questa stagione.
La nostra giornata comincia con
lo sguardo rivolto al Castello di Sarre. Una struttura interessante: costruita
nel '700 su una preesistente torre medievale per mano di un industriale del
ferro e finisce, un secolo dopo, per diventare l'avamposto venatorio del Re
d'Italia, Vittorio Emanuele II. I Savoia avevano una vera e propria fissazione
per la caccia, in particolare per lo stambecco. Un animale, a dire il vero,
fino ad allora non amatissimo dalla gente comune: tra superstizioni popolari,
presunte proprietà curative delle corna contro i reumatismi e rimandi a
credenze pagane, lo stambecco non se la passava affatto bene. L'avvento delle
armi da fuoco nel XVIII secolo aveva poi fatto il resto, portando la specie
sull'orlo dell'estinzione.
E qui scatta il paradosso della
storia: a metà Ottocento, in tutte le Alpi rimangono meno di 100 stambecchi,
arroccati proprio tra queste valli. Vittorio Emanuele II, per tenersi
l'esclusiva della caccia, dichiara quest'area Riserva Reale. La caccia viene
contingentata e lo stambecco, per sua fortuna, ricomincia a riprodursi. Quei
pochi sopravvissuti diventeranno gli antenati di tutti gli stambecchi che
popolano le Alpi oggi. Più tardi, nel 1919, Vittorio Emanuele III regala le
valli allo Stato. Tre anni dopo, nel 1922, nasce ufficialmente il Parco
Nazionale del Gran Paradiso, il primo d'Italia.
Oggi il parco si estende su circa
71.000 ettari tra la Valle d'Aosta (Val di Rhêmes, Val de Cogne e
Valsavarenche) e il Piemonte (Val Soana e Valle dell'Orco), ed è diventato il
modello di gestione per tutte le successive aree protette italiane. Questo
territorio immenso custodisce il Gran Paradiso (4.061 metri), l'unico
"quattromila" interamente in suolo italiano, gli altri li
condividiamo generosamente con francesi e svizzeri.
Messe da parte le note
scientifiche, ci incamminiamo da Rhêmes-Notre-Dame inoltrandoci nel Vallone
di Entrelor. All'inizio l'ombra del bosco
ci fa stringere nelle giacche, ma bastano i primi metri di dislivello a farci
recuperare la temperatura estiva. La nostra prima tappa è il Rifugio delle
Marmotte, nella favolosa Piana delle Marmotte, a circa 400 metri di dislivello
dalla partenza. Il rifugio, gestito dall’ Operazione Mato Grosso, ha già chiuso
i battenti per la stagione, ma il posto resta bucolico e perfetto per una
pausa.
Qui il gruppo si divide con la
consueta democrazia della montagna:
- I riflessivi preferiscono godersi la piana, fare
una sosta prolungata e scendere con calma lungo un percorso ad anello più
morbido che passa vicino al laghetto del paese.
- Gli instancabili proseguono la salita fino al Col
Gollien che divide il Vallone di Entrelor da quello di Sort, toccando i
2.560 metri di altitudine.
Io mi unisco agli instancabili, per testardaggine e insana follia più che per prestanza fisica. Arrivati in cima, il panorama ripaga lo sforzo: di fronte a noi si stagliano le vette degli over 4000 della regione. Non riusciamo a vedere gli stambecchi, il nostro arrivo li ha disturbati ma l’odore del loro recente passaggio è ancora molto intenso. Giuseppe, la nostra preparatissima guida, ci rassicura: torneranno a riprendersi il loro territorio al calar della sera. Qualche marmotta invece resta immobile, rivolta verso il sole, incurante di noi.
È il momento ideale per tirar
fuori il pranzo al sacco, riprendere fiato e godersi il silenzio delle alte
quote.
La discesa lungo il Vallone di Sort chiude il nostro anello riportandoci a Rhêmes-Notre-Dame. Se salendo i nostri occhi erano appagati dalle cime lontane ma tutto intorno era brullo e secco, scendendo la vegetazione autunnale ha avuto la meglio: il rosso dei cespugli di mirtillo, con i frutti ancora presenti e turgidi; il giallo dei primi larici accortisi del cambio di stagione…
Ci lasciamo alle spalle una giornata intensa, fatta di passi, panorami mozzafiato, un pizzico di storia sabauda e la piacevole sensazione di aver vissuto la montagna nel suo momento migliore, lontano dalla calca e baciati da un sole inaspettato.


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