giovedì 28 maggio 2026

Isole Eolie: ALICUDI e FILICUDI -A spasso nel tempo- 28 Maggio 2026

Ore nove ritrovo al Porto di Marina Corta di Lipari. Giuseppe, la nostra guida de https://www.leisoleditalia.com/, ci aspetta. L’escursione di oggi ci porterà ad Alicudi e Felicudi, due vulcani ormai spenti.

Anche queste isole come tutte le altre ad eccezione dei comuni di Salina fanno parte del comune di Lipari. Eppure Lipari è molto lontana. L’Aliante, la barca che domenica ci aveva accompagnato a Vulcano, ci conduce ad Alicudi in quasi due ore di navigazione, due ore di mare calmo e piatto. Inimmaginabile come sarebbe con il mare in burrasca!

Prima di arrivare al porto incrociamo “La Canna”, un faraglione alto 71 metri definito anche "urlo di roccia" per le inquietanti pareti alte come palazzi e sottili come cipressi. Nonostante l’aspetto inospitale, l’isolotto ospita il falco della regina e le lucertole delle Eolie. Poco più avanti la Grotta del Bue Marino dove un signore incurante dei divieti e delle salatissime multe, faceva tranquillamente il bagno.

Eccoci! ALICUDI appare come un cono vulcanico in parte collassato, simile a Stromboli. Qui l’uomo ha saputo abitare solo una piccola fetta del territorio. Il versante opposto è selvaggio e inaccessibile, con canaloni profondi a strapiombo sul mare.

Anticamente il paese era posto in alto, lontano dal mare e dai rischi e pericoli che comportava. Oggi nonostante la parte alta sia ancora abitata, molti sono scesi vicino al porto. Molti abitanti? Più o meno… La popolazione è esigua, si contano circa 60 persone che inizialmente possono sembrare chiuse o prevenute verso i visitatori. Tuttavia, Giuseppe ci conferma che una volta superata la diffidenza iniziale, gli alicudani si dimostrano estremamente aperti ed ospitali.

Ma bisogna capire cosa significa vivere qui per conoscere chi ha scelto questa vita. Vivere ad Alicudi richiede programmazione e spirito di sacrificio.

  • Non esistono strade rotabili. La vita si sviluppa lungo ripide scalinate di pietra; tutto ciò che serve per la vita di ogni giorno deve essere portato su e giù a spalla o tramite l’unico mezzo di trasporto disponibile: il mulo.
  • Non c’è gas metano per cui gli abitanti devono fare scorte di bombole a gas ogni volta che la nave che le trasporta passa e la nave passa solo una o due volte l’anno! Per questo l’isola è scherzosamente chiamata l’”isola delle bombole” come testimonia anche la quantità delle stesse stipate all’aperto vicino alla panchina del porto. In questo momento ci sono circa un terzo delle bombole vuote che ci saranno all’arrivo del nuovo carico.

  • L'acqua frizzante arriva con un camioncino e l'addetto impiega una intera giornata solo per scaricare le casse prima di riprendere la nave e lasciare l’isola. Ma il camioncino si ferma al porto, poi l’acqua deve arrivare nelle case e… c’è sempre solo il mulo o la forza delle braccia. Ma perché quella frizzante? Quella naturale si trova più facilmente anche se la gestione idrica è complessa. Molti usano ancora l'acqua piovana stipata nelle cisterne, ma la maggior parte dell'approvvigionamento dipende dalle navi cisterna inviate dalla Regione. Sarebbe molto più economico costruire un dissalatore ma anche in questo caso come a Panarea gli abitanti delle seconde case sono contrari per timore dell'impatto acustico/ambientale e trovano sempre qualche cavillo legale per impedire agli alicudani di costruire quello che renderebbe più semplice la loro vita quotidiana.
  • I servizi essenziali e scontati per noi qui sono una conquista. L'Ufficio Postale, ad esempio, un tempo era situato in alto, oggi è più vicino al porto, ma resta comunque una sede difficile: spesso vengono mandati qui come postini giovani neo-assunti di Lipari, una sorta di "gavetta" nell’affrontare le faticose consegne a piedi tra i gradini. Anche la scuola è un simbolo di resistenza: per anni è rimasta aperta anche quando non c'erano alunni grazie a una biblioteca fondata con i libri lasciati dal giornalista Franco Scaglia. Attualmente è frequentata da tre bambini della scuola materna.

In questa situazione il confine tra pubblico e privato è sfumato. Non essendoci ristoranti convenzionali (tranne un bar aperto d'estate), gli abitanti offrono spesso ospitalità nelle proprie case, cucinando per i turisti su prenotazione; un modo non solo per integrare il reddito ma anche per socializzare. Oltre alla pesca e al turismo, l’edilizia è l’attività principale, specialmente in autunno, quando i residenti si dedicano a ristrutturare le case, un passatempo che serve anche a combattere la solitudine invernale.

Riprendiamo la barca, direzione FILICUDI.  

Dalla barca ci appare Capo Graziano: un antico duomo vulcanico interamente terrazzato che domina la baia del porto. L'opera di terrazzamento è iniziata nel 1700 ed è durata fino alla prima metà del 1900. Giunti al porto dovremmo salire sul promontorio per raggiungere i resti di un antico villaggio preistorico ma fa caldo, molto caldo e la spiaggia sassosa poco distante dal porto è decisamente più invitante.

Giuseppe ci permette un cambio di programma: visitiamo un villaggio preistorico più accessibile, vista mare e poi liberi!

Il villaggio risale a circa 4.000 anni fa, all'età del bronzo. I contadini del passato utilizzarono ciottoli levigati per costruire i muretti a secco e le capanne di cui vediamo i resti. I ciottoli erano il materiale che trovavano sulla riva, derivati dalle eruzioni vulcaniche e levigati dal mare. Il sito rivela una civiltà avanzata che coltivava la vite e occupava una posizione strategica per i commerci marittimi nel Mediterraneo. Le ceramiche ritrovate suggeriscono che questi abitanti avessero origini egee, distinguendosi nettamente dalle culture dell'Italia meridionale presenti sulle altre isole vicine. Tra i reperti più preziosi spicca una tazza decorata, considerata un pezzo unico per la narrazione visiva che offre sulla vita di quel periodo.

E poi liberi! La spiaggia di Filicudi è una delle più belle e accessibili che abbiamo visto in questi giorni. Grossi ciottoli bagnati da un’acqua cristallina e fresca. Un ottimo ristoro prima di riprendere la barca che ci riporta a Lipari.


Ma la giornata non è ancora finita. Manca ancora la degustazione presso l’Enoteca Paone: pane cunzato e ottimo vino tra cui il Malvasia delle Lipari. Ad un tratto la scritta sotto il bicchiere inizia a girare in modo elicoidale… scoppiamo a ridere… e... il vino!




mercoledì 27 maggio 2026

Isole Eolie: PANAREA e VULCANO – La sciara del Fuoco- 27 Maggio 2026

Ore 11:00 ritrovo al porto di Marina Corta nuovamente con Ulisse 1, la barca e l’equipaggio che già ci aveva accompagnato a Salina. Partiamo tardi rispetto agli altri giorni perché il cuore della escursione sarà questa sera, in mare, alla ricerca di qualche bagliore vulcanico.

Giuseppe, la nostra guida de “https://www.leisoleditalia.com/” ci raggiunge al porto con il “pranzo al sacco” che consumeremo durante il tragitto in barca di poco meno di un’ora. Per la sera invece è prevista pasta con  tonno prodotto e cucinato da Salvatore, il capitano della barca, che scopriremo essere anche un ottimo cuoco.

La gita a Panarea e Stromboli offre un'immersione profonda nella storia geologica e umana delle Isole Eolie.

PANAREA è la più piccola isola dell’arcipelago, con una superficie di soli 3Km quadrati. Si snoda tra un’unica spiaggetta di sabbia, Cala degli Zimmari e il promontorio di Milazzese, con pareti a strapiombo sul mare dove si insediarono anticamente popolazioni provenienti dal Sud Italia che trovarono rifugio e riparo in questa fortezza naturale dalle pareti ripide e inaccessibili. C’era solo piccolo e stretto accesso da terra che è lo stesso che oggi permette di arrivare al villaggio e che era sicuramente difeso da un muro.


L’isola è circondata da isolotti che sono i resti emersi di un unico, vasto edificio vulcanico sottomarino ancora attivo. Tra questi spiccano:

  • Basiluzzo: l'isolotto più grande che si vede in direzione dello Stromboli.
  • Dattilo: caratterizzato da una forma angolare e colori accesi (giallo, ocra, rosso) dovuti all'attività fumarolica.
  • Lisca Bianca, Bottaro e Lisca Nera: resti di un altro edificio vulcanico che, sebbene creduto inattivo, nel 2002 ha dato vita a un'intensa esplosione sottomarina di gas. Ancora oggi sono visibili fumarole che risalgono da circa 20 metri di profondità.

Oggi Panarea è molto turistica, un vero gioiellino, ma la stagione turistica dura pochi mesi l’anno da giugno a settembre. Nella nostra breve passeggiata che dal porto ci porta alla Chisa di San Pietro vediamo case curatissime, alberghi, ristoranti, negozi lussuosi e dai prezzi poco accessibili e risulta difficile credere che tutto questo per la maggior parte dell’anno resti chiuso ma Giuseppe, la nostra guida, ci conferma che è proprio così. Ad ottobre l’isola torna ad essere solo la casa di un centinaio di abitanti residenti anche d’inverno.

Uno dei problemi di quest’isola è proprio il rapporto tra gli abitanti “veri” e i proprietari di seconde lussuose case sull’isola che la considerano come il loro villaggio e impediscono di fare interventi strutturali che potrebbero giovare all’isola stessa. Un esempio è proprio la costruzione di un dissalatore che manca in quasi tutte le isole ad eccezione di Lipari e Vulcano. Da un lato è vero che è difficile trovare un luogo dove costruirlo vista la superficie molto ridotta dell’isola, dall’altro i principali oppositori sono proprio i proprietari di seconde case che sono contrari alla costruzione perché il rumore dello stesso disturba la loro quiete. E così la gestione dell’acqua è lasciata alle navi che riforniscono l’isola e in parte alle cisterne domestiche: l’acqua piovana viene prima raccolta sui tetti piatti delle case e poi convogliata tramite un tubo detto "battisera" nelle cisterne poste sotto i terrazzi. Uso e al contempo ricordo di un metodo che dal Neolitico fino agli anni '50 costituiva l’unica fonte di acqua disponibile sull’isola.

Lasciamo la ricca Panarea per STROMBOLI.

Inutile negarlo, il desiderio di ognuno di noi è vedere da vicino questo vulcano, alto 900 metri la cui attività "stromboliana" continua da almeno 2000 anni.

Il nostro trekking panoramico parte dal porto, attraversiamo il paese fino alla piazza di San Vincenzo per imboccare un sentiero che ci conduce a un punto di osservazione sulla Sciara del Fuoco, a circa 290 metri di quota.

Fa molto caldo! Purtroppo, le disposizioni della amministrazione comunale contingentano l’accesso all’Isola con disposizioni alquanto discutibili. Alcuni giorni sono dedicati all’accesso delle barche provenienti dalla Calabria, altri giorni dalla Silicia cui appartiene anche l’Arcipelago delle Eolie. La disposizione non discrimina in base alle dimensioni delle imbarcazioni per cui un aliscafo che trasporta poche persone è soggetto alla stessa normativa delle navi da crociera. Inoltre, tutte le imbarcazioni devono lasciare il porto entro le 19:30. Queste le regole ma noi vogliamo vedere e sentire il vulcano per cui incuranti del sole iniziamo a salire nelle ore più calde della giornata.

Sotto i nostri piedi il vulcano, tutto intorno un mare meraviglioso da cui emerge Strombolicchio: un isolotto che rappresenta la parte più antica di Stromboli (circa 200.000 anni fa). È un collo vulcanico, ovvero il torsolo di lava solidificata rimasto dopo l'erosione del cono esterno. Sulla sua sommità, spianata dalla marina militare, si trova un faro ancora attivo. Su di esso vive la rara lucertola delle Eolie (Podarcis raffonei), una lucertola nera che vive solo qui e in pochi altri isolotti dell’arcipelago.

Saliamo all’interno di una fitta vegetazione di eriche, ginestre e altri arbusti, a tratti però compaiono ancora i resti di eriche bruciate e Giuseppe ci spiega che nel 2022 l'isola ha dovuto affrontare una grande sfida ambientale: un incendio durante le riprese di una fiction televisiva devastò la vegetazione, portando successivamente a gravi alluvioni di fango, poiché la montagna non aveva più la protezione delle piante e la pioggia trascinava tutto a valle. Nonostante ciò, la natura sta lentamente recuperando i suoi spazi.

Continuiamo a salire, in lontananza il belato delle tante capre selvatiche che popolano il vulcano e che di tanto in tanto rotolano giù dai pendii più alti sollevando polvere e facendoci preoccupare… qui il fumo ad alta quota significa vulcano e vedere fumo dove non dovrebbe fa temere il peggio! Giuseppe ci rassicura e ci presenta un altro animaletto che popola questo monte, uno strano coleottero nero le cui ali sono rimaste intrappolate durante l'evoluzione sotto le elitre formando un guscio rigoso, non è agile come altri coleotteri, anzi molto goffo nel muoversi… per tutto il mondo si tratta della Pimelia rugulosa, qui affettuosamente gli abitanti lo chiamano "'u zuninu" (lo zio Nino).

Man mano che ci avviciniamo alla Sciara del Fuoco il vulcano si fa sentire. L’eco delle esplosioni è forte e in poco tempo vediamo le bocche da cui fuoriesce il fumo. Non si tratta di un solo grande cratere come a Vulcano e non è in cima al monte. C'è una sorta di spiazzo 200 metri più in basso rispetto alla cima ad una quota compresa tra i 600 e i 700 metri e in questo spiazzo ci sono quattro bocche in questo momento. Da un paio di mesi due sono quelle più attive. Le bocche sparse su questa terrazza craterica, sono alimentate da un condotto che consente al magma di risalire fino in superficie partendo da una camera magmatica, che è un grande magazzino di magma a qualche chilometro di profondità. Il magma sale e dà vita all'eruzione. Ma che differenza c’è tra lo Stromboli e gli altri vulcani? Solitamente nei vulcani il magma staziona nella camera magmatica. Ogni tanto si verificano delle condizioni particolari all'interno della camera magmatica che consentono al magma di risalire e dare vita all'eruzione. Quindi il più delle volte il condotto dei vulcani, compreso quello di Vulcano, è libero, è vuoto, non c'è magma. A Stromboli invece c'è continuamente magma che risale, che ribolle in prossimità delle bocche, è sempre lì che borbotta un po'…. Di tanto in tanto questo magma viene eruttato con piccole esplosioni che generano rumore e il lancio di lapilli, ceneri… materiale piroclastico che ricade in prossimità della bocca stessa o rotola giù lungo la Sciara del Fuoco. Perché ci sono queste piccole esplosioni? Perché nella colonna di magma che risale, oltre alla roccia fusa c'è gas. Queste bolle di gas, nella parte bassa, sono tante, di piccole dimensioni e sotto pressione. Man mano che risalgono tendono a diminuire di numero, a espandersi perché la pressione esterna diminuisce, diventano bolle sempre più grandi, finché in prossimità della bocca sono talmente grandi e hanno una pressione interna più forte della pressione esterna che le comprime e quindi esplodono. Il boato che sentiamo è l'esplosione di queste enormi bolle di gas, che una volta esplose, lanciano in aria tutto quello che hanno attorno.


Questa è l'attività stromboliana, quella che continua da almeno 2000 anni. Di tanto in tanto la spinta è talmente forte, c'è talmente tanto magma che risale che trabocca e genera una piccola colata lavica che si può fermare vicino alla bocca, a metà sciara, o può fare una vera e propria colata e arrivare giù fino al mare.  Questa è la sua vita normale, questa è la normalità per gli abitanti di questa isola.

E’ successo il 6 maggio, stava per succedere ieri, e per la nostra gioia succederà anche tra qualche ora mentre saremo comodamente seduti sulla barca a guardare da distanza la forza di questo vulcano.

A pensarci bene siamo proprio strani. Abbiamo camminato per ore su un vulcano attivo sotto un caldo sole quasi estivo e arrivati alla Sciara del Fuoco ci siamo fermati mezz’ora a guardare i crateri esultando ad ogni fumata. Abbiamo trascorso la serata in barca, fermi a duecento metri dalla costa, sotto la sciara con lo sguardo fisso sulle bocche sperando che eruttassero, incuranti di un tramonto meraviglioso sul mare e con la sola preoccupazione rivolta alle nuvole che coprivano in parte il vulcano.


…e finalmente due distinte esplosioni e sulla cupa parete una colata incandescente, rosso fuoco … Indescrivibile!

 

 


martedì 26 maggio 2026

Isole Eolie: LIPARI -I Duomi Vulcanici nella costa Sud Occidentale- 26 Maggio 2026

Siamo al terzo giorno ed è ora di conoscere meglio Lipari, l’isola che ci ospita. Giuseppe, la nostra guida de “Le isole di Italia”, è nato e vive a Lipari. Lo conosciamo da tre giorni, sappiamo con quanta professionalità e passione ci trasporta dentro la storia e la vita delle Eolie. Qui gioca in casa, questa è la sua isola, conosce tutti e arricchisce le spiegazioni storiche e scientifiche del luogo con aneddoti e usanze che incantano.

Oggi il nostro percorso ci porta a conoscere la costa sud-occidentale dell’Isola: saliamo dal porto di Marina Corta fino al Monte Gallina, uno dei duomi vulcanici dell’isola. I duomi sono ammassi di lava viscosa e ricca di silice che si sono accumulati attorno alle bocche eruttive senza generare colate vere e proprie. Parliamo di un periodo che va da 45.000 a 15.000 anni fa. Il percorso offre panorami mozzafiato sulle falesie fino all'osservatorio geofisico dell'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).


Impariamo a conoscere Lipari è la sua storia di fuoco, di mare e di una resilienza millenaria che ha trasformato uno scoglio vulcanico in un crocevia del Mediterraneo.

I primi insediamenti risalgono a circa 6500 anni fa, quando i primi coloni giunsero dalla Sicilia su imbarcazioni di fortuna, probabilmente semplici tronchi scavati e si fermarono nel Nord dell’Isola. Nonostante la terra fosse inospitale e dominata da vulcani attivi, quegli uomini decisero di restare per sfruttare un tesoro prezioso: l'ossidiana, una pietra nera e lucida, soprannominata l'oro nero del Neolitico, il "top di gamma" dell'epoca. Con questa pietra facile da lavorare sul posto, venivano prodotti utensili per usi quotidiani: lame, coltelli e raschietti che venivano poi utilizzati come merce di scambio e di mano in mano si diffusero in tutto il Mediterraneo (Francia, Malta).

Altro periodo importante per la storia dell’isola è il periodo greco che risale al 560 A.C.  Lipari divenne città di incredibile ricchezza, il tutto è testimoniato dai reperti che il mare ci ha restituito. Un mare che nascondeva insidie per le imbarcazioni in arrivo sull’isola: le secche e gli scogli causarono numerosi naufragi lasciando sui fondali interi carichi di anfore contenenti oggetti preziosi e all’avanguardia per il periodo (bambole con gli arti snodabili…) alcuni dei quali li possiamo ammirare nel museo cittadino, altri restano lì nelle profondità del mare.

Ma arriviamo ai periodi più recenti: fino a poco più di un secolo fa, la vita quotidiana sull'isola era fatta di isolamento e fatiche estenuanti. Era una civiltà contadina, isolata, anche il muoversi da una contrada all'altra era complicato. In questo periodo, le donne erano il vero motore dell'economia: spesso gli uomini emigravano verso l'Australia o le Americhe in cerca di fortuna e le donne restavano a casa ad accudire i figli e provvedere al loro sostentamento. In attesa delle fortune da oltre oceano, si organizzavano per sopravvivere: uscivano a pescare di notte su piccoli gozzi a remi, per poi correre a lavorare nei campi all'alba.

Non era un popolo di pescatori, c'erano delle persone che uscivano a pesca per la sopravvivenza. La pesca si sviluppa con l’arrivo di alcuni pescatori con i relativi pescherecci provenienti da Catania che decisero di fermarsi stabilmente sull’isola con tutte le loro famiglie nella zona oggi occupata dal Castello e  dal Porto di Marina Lunga.

Il Novecento vede poi nuovamente Lipari protagonista quando fu scelta per il confino politico. Proprio in quegli anni nacque una delle storie più improbabili dell'isola: l'amicizia (o forse l'amore) tra Edda Ciano Mussolini, figlia del Duce mandata al confino, e Leonida Bongiorno, un ex partigiano comunista. I due trascorrevano le giornate leggendo l'Odissea tra i faraglioni, e Leonida, anni dopo, eresse un muretto in memoria di quel legame che aveva superato ogni barriera politica.

Oggi Lipari continua a vivere tra i fumi delle fumarole di Vulcano e il profumo della Malvasia. È una terra dove il cappero cresce con orgoglio tra le rocce aride, senza bisogno d'acqua, traendo forza proprio da quella natura vulcanica che, millenni fa, convinse i primi uomini a fermarsi.

PS: Degustazione di dolci tipici dell'Isola presso Bar D'Ambra: fantastici i Nacatuli, dolci tipici natalizi (pasticcini di frolla siciliana aromatizzati con vino Malvasia e farciti con un ripieno di mandorle, zucchero, cannella e agrumi)


lunedì 25 maggio 2026

Isole Eolie: Salina -La montagna delle Felci- 25 Maggio 2026

 Il percorso di Trekking di oggi prevede la salita fino alla vetta del Monte Fossa delle Felci nell’Isola di Salina, la seconda isola delle Eolie per estensione dopo Lipari. Il percorso è di 8 km con un dislivello di circa 650 metri, difficoltà medio/alta.

Alle nove la nostra barca, l’Ulisse 1, ci aspetta al porto di Marina Corta a Lipari. Nemmeno cinque minuti di navigazione e incontriamo un branco di delfini e tonni che saltano nel mare azzurro: diciotto adulti ridiventano bambini in un secondo, tutti alla ricerca dello scatto o filmato da inviare a parenti e amici; chissà perché i delfini piacciono così tanto, ma piacciono e la giornata parte con i migliori auspici!  In circa mezz’ora arriviamo a Santa Marina Salina, dove un pullman ci aspetta per portarci a Valdichiesa -frazione del comune di Leni- passando attraverso Malfa, il secondo comune di Salina.



I primi trecento metri di dislivello -30 minuti circa- li percorriamo così, seduti sull’autobus ad ascoltare Giuseppe, la nostra guida di https://www.leisoleditalia.com/ , che ci coinvolge nel racconto della storia di questa isola particolare, dalla silhouette inconfondibile.

L’isola emerge dal mare con due coni vulcanici quasi gemelli: il Monte Fossa delle Felci (962 metri) e il Monte dei Porri (860 metri). Questa particolarità morfologica le valse, in epoca greca, il nome di Didyme, che significa appunto "gemelli". Il nome attuale, Salina, deriva invece da un laghetto naturale di acqua salmastra situato nella frazione di Lingua, storicamente utilizzato per l'estrazione del sale necessario alla conservazione dei capperi e del pesce azzurro.

Contrariamente a quanto si possa immaginare per un arcipelago, le Eolie sono state storicamente isole di contadini non di pescatori. Gli abitanti hanno condotto un lavoro immane per "rubare" terreno coltivabile ai fianchi scoscesi dei vulcani, creando i tipici terrazzamenti chiamati "lenze". In un ambiente privo di sorgenti, l'agricoltura si basava sull'acqua piovana, concentrandosi su olivi, capperi e soprattutto sulla vite, con la produzione di Malvasia e Corinto.

Nel 1800, Salina conobbe un periodo di grande splendore economico, arrivando a ospitare circa 10.000 abitanti. Alcune famiglie di produttori erano anche armatori e possedevano flotte commerciali per esportare i propri prodotti. Questa forza economica permise all'isola di ottenere l'indipendenza dal comune di Lipari subito dopo l'Unità d'Italia. Inizialmente Salina era un unico comune, ma a causa dell'assenza di strade agevoli — esistevano solo viottoli spesso impraticabili con il maltempo — divenne difficile per le frazioni lontane partecipare alla vita sociale e politica dell’isola. Ciò portò, circa quarant'anni dopo, alla suddivisione dell'isola nei tre comuni autonomi odierni: Santa Marina Salina, Malfa e Leni.

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, l'arrivo del parassita della fillossera distrusse i vigneti, azzerando l'economia isolana e provocando un drammatico spopolamento. Inizio una emigrazione di massa verso l'Australia, gli Stati Uniti e l'Argentina e la popolazione crollò da 10.000 a circa 2.000 abitanti. Oggi, molti discendenti tornano per recuperare le case dei nonni, mantenendo vivi legami culturali e linguistici con le terre di emigrazione.

L'economia dell'isola rinacque negli anni '50 e '60 grazie al turismo. Anche il cinema contribuì a far conoscere le bellezze di questo luogo con due film del 1950 “Stromboli-terra di Dio” di Rosellini con Ingrid Bergman e “Vulcano” con Anna Magnani. A consacrare Salina quale Isola del Cinema sarà poi "Il postino" di Massimo Troisi uscito nel 1994 e girato in parte nella spiaggia di Pollara.

Oggi Salina è in gran parte una riserva naturale. Il laghetto di Lingua, non più usato per il sale, è diventato una zona umida fondamentale, definita quasi un "autogrill" per gli uccelli migratori che vi sostano durante i loro viaggi stagionali.

Ma eccoci a Valdichiesa, presso il Santuario della Madonna del Terzito, da qui partono i sentieri per i due vulcani che per quanto gemelli hanno due vegetazioni completamente diverse. Il nostro percorso ci porta alla cima del Monte Fossa delle Felci e percorriamo gli antichi sentieri creati dall’uomo per lavorare su questa montagna. Oggi è una riserva naturale e la manutenzione dei sentieri è affidata agli operai della forestale, che spesso si spostano su questi sentieri con un mezzo caratteristico e diffuso non solo a Salina ma in tutte le Isole: l'Ape Piaggio, soprannominata in Siciliano "la Lapa".

Il percorso è diviso in due parti, nella prima parte domina la vegetazione tipica della macchia mediterranea: ginestre odorose, erica, acanto, salsapariglia... Nella seconda parte, con un distacco netto, il bosco di alta quota: felci, castagni e corbezzoli.

Ma detta così è troppo riduttivo. Giuseppe ci descrive ogni arbusto o pianta che troviamo arricchendo le caratteristiche delle piante con i soprannomi e gli aneddoti del luogo:

  • L'erica arborea fonte di guadagno per gli isolani che vendevano le sue radici agli intagliatori calabresi per fabbricare pipe.
  • La salsapariglia chiama "sciazzaviértule", strappabrache: questo rampicante spinoso era l'incubo dei contadini che rientrando dal lavoro dei campi caricavano sui muli le sacche di iuta (viértule) con il raccolto e immancabilmente vedevano le loro sacche lacerate dalle spine di questo arbusto. Arbusto che produce bacche rosse a grappoli e …. sono proprio le bacche rosse di cui i Puffi erano ghiotti!
  •  Il corbezzolo, i cui frutti sono chiamati localmente "'mbriachetti" perché pare abbiano effetti inebrianti se consumati in eccesso.

Non ci sono molte specie di animali su questo monte, prevalentemente conigli selvatici e ghiri.

Arriviamo in cima per l’ora di pranzo: da qui è ancora visibile l’antico cratere di questo vulcano ormai estinto ma quello che affascina è la vista sul vulcano gemello, il Monte dei Porri e la distesa di mare da cui emergono le isole di Panarea e Stromboli che visiteremo nei prossimi giorni.

Tornati al porto prima di riprendere la barca e ritornare a Lipari ci fermiamo “DA  ALFREDO”: davvero la  miglior granita delle Eolie che Alfredo, proprietario ottantenne del locale, continua a preparare di persona affiancando i figli nella gestione del locale.

Pensiamo che per oggi può bastare: i delfini di prima mattina, il percorso sul monte delle felci all’interno di una vegetazione rigogliosa e unica eccezione per le isole eolie, la vista mozzafiato dalla sommità di questo vulcano, la granita Da Alfredo. Invece la barca che ci deve riportare a Lipari completa il giro dell’isola iniziato la mattina e ci regala un giro indimenticabile tra i faraglioni, le grotte, le insenature della costa meridionale di Lipari. Risulta difficile credere che la forza distruttiva di vulcani in eruzione possa creare cotanta bellezza!


Ci salutiamo con le indicazioni per l'escursione di domani, dimentichi della cena di gruppo presso il "Ristorante Il Corallo"... chi mi conosce sa che amo i cibi semplici, poco elaborati, direi quasi anemici ma la "pasta con le sarde" e i "calamari ripieni" che ci hanno servito erano veramente eccezionali!



domenica 24 maggio 2026

Isole Eolie: Vulcano-Il Grande Cratere- 24 Maggio 2026

Ci troviamo alle Isole Eolie per una settimana di Trekking di gruppo alla scoperta delle singole isole. Abbiamo prenotato affidandoci ad un Tour Operator locale  https://www.leisoleditalia.com/ , fidandoci delle recensioni lette su internet e per ora la realtà supera di gran lunga le aspettative. Siamo in diciassette, diciotto con la guida, dobbiamo ancora conoscerci ma le basi di una ottima settimana in compagnia già si intravedono. Dimenticavo la nostra guida si chiama Giuseppe, è un geologo che vive il territorio, ci trasmette con chiarezza, passione e simpatia il suo sapere.

Oggi siamo a Vulcano per visitare “Il Gran Cratere” a nord dell’isola. Giuseppe ci spiega che tutte le isole di questo arcipelago sono di origine vulcanica e la maggior parte è stata abitata fin dal Neolitico come Lipari e Salina o dall'Età del Bronzo. Vulcano è l'unica a non aver avuto insediamenti “antichi”: l’attività vulcanica costante non ha mai invogliato gli uomini a risiedere stabilmente su quest'isola fino ai primi anni dell’800.

Attracchiamo al porto e subito ci accoglie un forte odore di zolfo proveniente dalle fumarole della vicina spiaggia di acque calde. E’ la spiaggia di levante che visiteremo meglio nel pomeriggio e al centro della baia c'è una chiazza di mare più chiara con una fumarola attiva. L'effetto bianco che si vede è dovuto allo zolfo che quando viene rilasciato in acqua si dice floccula, cioè fa dei fiocchetti bianchi. Sulla parte più alta del vulcano si vedono altre fumarole biancastre alzarsi nel cielo azzurro… il vulcano non è spento! Ma possiamo stare tranquilli, dicono.


L’ultima eruzione risale al 1888 e ha lasciato l’isola coma la vediamo oggi. Le sue eruzioni storiche sono state prevalentemente di tipo esplosivo, caratterizzate da violente "cannonate" di materiale, palle di lava sparate dal vulcano a diversi metri d'altezza. Sono le 'bombe a crosta di pane' caratteristiche di vulcani con attività “vulcaniana”. Il nome è legato proprio a loro processo di formazione: queste palle infuocate a contatto con l’aria si raffreddarono velocemente formando una crosta che al suo interno conteneva materiale più caldo/ fluido e gas che man mano che le palle si raffreddavano, spingevano per uscire creando crepe sulla crosta.  Insomma, queste rocce nere e leggerissime si presentano con crosta esterna dura crepata, croccante, e l'interno mollicoso così... come il pane di Altamura.

Ma se la storia di queste rocce ci affascina, la vista e l’olfatto sono rapiti dalle tante piante di ginestre endemiche profumatissime che accompagnano il primo tratto di percorso. Salendo qualche cespuglio di cisto a fiori bianchi e poi la vegetazione scompare lasciando il posto ad una parete dalle sfumature rosate di tufo delle Eolie. Giuseppe ci spiega che sui libri di geologia l’unico vero tufo è quello di origine vulcanica, che si forma con il compattarsi di finissime polveri: particelle che si depositano ancora calde e si ossidano a contatto con l’acqua assumendo la colorazione rosa che vediamo. Tutta la parete che ci accompagna nell’ultimo tratto si è formata così ed è rosa anche nei suoi strati più interni e profondi!


Sopra di noi il cielo è limpido e alla nostra sinistra il mare è una tavola piatta da cui emergono le isole dell’arcipelago. Una meraviglia indescrivibile che i tanti scatti non riescono a riprodurre pienamente.

Passo dopo passo arriviamo in cima, sotto di noi il cratere, la bocca del vulcano. Bocca che nella forma che vediamo oggi si è formato 5000 anni fa. Uno spettacolo affascinante e unico: lungo il crinale alla nostra sinistra chiazze giallo ocra con fumarole attive che il vento spinge lontano da noi: non possiamo avvicinarci perché hanno mediamente una temperatura di circa 250 gradi e i fumi sono tossici. Camminiamo lungo il crinale verso destra, anche qui vediamo le chiazze gialle: sono cristalli di zolfo che ricordano la presenza di fumarole ora spente. Ad ogni passo la vista del cratere cambia regalandoci ricordi indelebili.

Da quassù vediamo la penisola di Vulcanello che si allunga verso Lipari e che è comparsa intorno al 1100 quando le altre isole dell’arcipelago erano già tutte abitate. Racconti del periodo romano narrano di marinai che passando in questo luogo cominciavano a delirare, ad avere allucinazioni… era l’effetto dei gas di questo vulcano sottomarino che ha continuato ad eruttare fino ad uscire dall’acqua e successivamente ha creato l’istmo di terra che lo collega a Vulcano dove ci sono le due spiagge: la spiaggia di levante con le acque calde e la spiaggia di ponente con le sabbie nere, due spiagge che distano pochi minuti l’una dall’altra. Scherzosamente possiamo dire che Vulcanello è un vulcano che ce l’ha fatta!

La discesa è molto più rapida della salita: scendiamo affondando gli scarponi in uno strato di sabbia vulcanica sollevando intorno una gran polverone che si attacca alla pelle e ai vestiti. E’ divertente ma è proprio l’ora di un bel bagno rigenerante in mare! Evitiamo le acque sulfuree poco adatte ai classici problemi di chi non ha più trent’anni e ci godiamo il mare della spiaggia di acque nere.

Nel tardo pomeriggio la nostra barca ci attende al porto per riportarci a Lipari. Lasciamo questa isola magnifica con una strana sensazione di nostalgia. La gente del posto sa bene che questo gigante in dormiveglia che dà il nome all'isola prima o poi erutterà di nuovo.  Proprio l’odore di zolfo e le fumarole che la rendono affascinante sono un costante campanello di allarme con cui gli abitanti del luogo convivono da sempre.



Già negli anni '90 il vulcano era talmente attivo che erano state allestite navi per l'evacuazione. E ancora nell’agosto del 2021. In quel periodo al porto si sentiva bruciore alla gola, qualcuno tossiva, starnutiva: le emissioni erano molto alte. Le fumarole apparivano ovunque generando una sorta di panico diffuso e uno stato di allerta generale. Alcuni gatti trovati morti hanno fatto scattare i primi divieti. Le famiglie che abitavano in prossimità del porto sono state costrette a dormire a Vulcanello, dove non c’era attività fumarolica. Durante il giorno potevano stare in casa ma era vietato scavare pozzi, cisterne… qualsiasi scavo era vietato.

Quell’anno tutti e tre i parametri principali di monitoraggio dicevano: “il vulcano sta per eruttare” e tutti gli abitanti tra ottobre a dicembre hanno convissuto con la paura. Ma quali sono questi parametri? Attività fumarolica intensa e con temperatura in prossimità delle bocche passata da 250 gradi a 550/570. Tremore sismico: scosse di bassa intensità ma molto frequenti registrate dai sismografi segno che qualcosa dentro il vulcano si stava muovendo e faceva scuotere tutta l'isola. Forma del vulcano cambiata: a causa della pressione interna il vulcano si era gonfiato su di un fianco. Poi i parametri sono rientrati nella norma.

A Vulcano si vive così nella consapevolezza di vivere in un paradiso naturale di rara bellezza ma proprio il cuore di quel paradiso è vivo e se batte troppo forte può fare male.


lunedì 28 luglio 2025

Un cappotto bianco

Sono quasi due mesi che sei lontano da casa e da due settimane ti ha raggiunto anche tuo fratello. Ed io non sono pronta a questi distacchi, a queste assenze prolungate, a un contatto fatto di messaggi brevi e sintetici inviati a ciascuno di voi distintamente perché la chat di famiglia è troppo impegnativa per essere letta.

Ore 8:00: “Tutto bene Marco?”  Ore 13: “Sì”

Ore 8:00: “ Tutto bene Luca?”    Ore 11:00: “Tutto Ok?”      Ore 13:00: “Tranquilla mamma”

Alla parola mamma il mio cuore sussulta e si riappropria della dimensione più importante di me.

Ore 22:30: “Notte amore mio❤️!” Ore 24:10: “Notte, stai tranquilla".

Ore 22:30: “Notte amore mio❤️!” Ore 23:50: “Notte❤️

Ecco il mio Marco che si preoccupa per me e il mio Luca che con un piccolo emoji mi rasserena nella certezza che occupo un posto importante nella sua vita in perenne fuga da casa.

Ore 19:00: “Fatevi sentire qualche volta” ....

Ore 19:10: “Mandatemi una foto di voi due?”……

Sì, la capacità di sintesi di due figli maschi fuori casa è disarmante e i tempi di risposta tali che in altri momenti avrei fatto un giro di telefonate tra amici e conoscenti prima di passare al panico. Ma siete fuori casa, impegnati e avete altre priorità e interessi che non stare a rispondere a me. Sono molto orgogliosa di voi e in fondo mi resta sempre il sito dell’animazione che controllo quotidianamente alla ricerca di uno scatto che vi riprenda e che mi restituisca quella parte di me che è lontana.

A volte però resta un vuoto da colmare, una dimensione da costruire e così in questa estate fatta di assenze fisiche e verbali, i week end diventano impegnativi da gestire. Riordino la vostra camera e i vostri armadi per ritrovare un contatto con voi: un pupazzo, una maglietta ormai troppo piccola, un vecchio libro di scuola; invito amici a casa per avere un motivo in più per pulire dove è già pulito; organizzo gite fuori porta. Quando poi il tempo libero ritrovato è un lusso non gradito mi affido ad un buon libro, un film, una partita a carte.

Ieri, complice un luglio dalle temperature quasi autunnali, è subentrata la voglia di Natale, la voglia del calore e del senso di famiglia che il Natale porta con sè: ho pensato che fosse opportuno rivisitare gli addobbi dell’albero, ho aggiunto alcuni soprammobili rossi che danno calore e creano atmosfera, ho guardato i siti di vacanze invernali nel tentativo di organizzare qualche giorno tutti insieme.

La nostalgia e il desiderio che l’autunno arrivasse presto stavano diventando un pensiero insano e così sono uscita alla ricerca di qualche camicetta estiva.

Siamo a Milano, a luglio, periodo di saldi… e cosa trovo all’ingresso del negozio? Anteprima della collezione autunno - inverno! Le persone normali entravano e andavano direttamente alla zona saldi estivi. Io, in bilico tra assenze, ritorni, ripartenze mi sono fatta ammaliare da un cappotto bianco come la neve, caldo come un abbraccio e dentro di me mi sono detta che in fondo Natale non è lontano!

PS: Un grazie a mio marito che ha capito che un cappotto a luglio è più vicino alla sanità mentale di una camicetta estiva 😊

mercoledì 5 giugno 2024

ASD Cervino: dai Walser al Niguarda

Sono le 6:00 del mattino, è domenica, saliamo sull’autobus che ci porterà a scoprire le Meraviglie Walser in quel di Ossola, un corno d’Italia in territorio svizzero tra la Val Bavona a destra e la valle Antigorio a sinistra. La nostra escursione parte dal fondovalle, in bassa Val Formazza. Superiamo una roccia montonata di circa 18 mila anni, arriviamo al lago di Antillone e saliamo al paesino omonimo. Poi ancora l’Alpe Vova e su verso Salecchio Superiore e poi giù verso Salecchio Inferiore e la località Premia con una caratteristica scuola Museo della cultura Walser.

Tutto quello che vediamo qui è merito di una popolazione di origine germanica proveniente dal Canton Vallese che tra il 900 e il 1300 ha colonizzato gli impervi territori alpini che ci circondano. Un popolo affascinante e molto amato da Giuseppe, la nostra guida, ed è lui che ci racconta e insegna.

I Walser hanno accettato di essere eremiti di alta montagna per essere liberi. Hanno vissuto isolati dal mondo, mantenendo intatta la loro lingua, l’alto alemanno, e la loro cultura. Hanno plasmato la montagna con quanto la montagna offriva loro, senza deturparla. Sono ancora visibili le testimonianze del loro duro lavoro: sentieri boschivi, abitazioni in pietra e legno, muretti a secco per delimitare terrazzamenti dedicati alle colture. In alcuni punti solo tracce che oggi stanno pian piano scomparendo perché la natura si sta riprendendo quel territorio che le era stato sottratto dal duro lavoro di questi uomini di altri tempi.

Percorriamo a piedi i loro sentieri, su per la montagna.


Poi succede l’imprevisto. Una brutta caduta, una ferita in fronte che spaventa, la solidarietà dei compagni di viaggio. Alcuni fermano l'escursione, altri prestano il primo soccorso, e c'è anche chi porta lo zaino fino alla meta (e due zaini in spalla mentre si sale in montagna sono impegnativi!). La solidarietà ruota intorno a quella caduta in alta quota. Chiamare i soccorsi? I Walser se li sono scelti bene i luoghi in cui isolarsi dal mondo! Solo un elicottero potrebbe raggiungerci in quel paradiso e poi non sembra così grave. E così continuiamo la nostra escursione senza più interiorizzare la natura che ci circonda, senza assaporare l’unicità di questi posti. Piano piano lo spavento per la caduta fa affiorare una nuova tensione ma ancora latente. “Non sono inciampato per distrazione, non sento la mano, non ho governato il bastone…”


A più di dodici ore dalla caduta, dopo essere tornato a valle sulle sue gambe, dopo due ore di autobus per il rientro a Milano, una rapidissima doccia e una breve attesa nel pronto soccorso del Niguarda, la neurologa ci conferma che la caduta è la conseguenza di altro. Oggi dopo dieci giorni al Niguarda circondato dalla costante presenza e attenzione di medici, infermieri e di tutto il personale della struttura, Antonio è tornato a casa e sta bene.

 Quella caduta in terra Walser ha evitato conseguenze peggiori!