mercoledì 5 giugno 2024

ASD Cervino: dai Walser al Niguarda

Sono le 6:00 del mattino, è domenica, saliamo sull’autobus che ci porterà a scoprire le Meraviglie Walser in quel di Ossola, un corno d’Italia in territorio svizzero tra la Val Bavona a destra e la valle Antigorio a sinistra. La nostra escursione parte dal fondovalle, in bassa Val Formazza. Superiamo una roccia montonata di circa 18 mila anni, arriviamo al lago di Antillone e saliamo al paesino omonimo. Poi ancora l’Alpe Vova e su verso Salecchio Superiore e poi giù verso Salecchio Inferiore e la località Premia con una caratteristica scuola Museo della cultura Walser.

Tutto quello che vediamo qui è merito di una popolazione di origine germanica proveniente dal Canton Vallese che tra il 900 e il 1300 ha colonizzato gli impervi territori alpini che ci circondano. Un popolo affascinante e molto amato da Giuseppe, la nostra guida, ed è lui che ci racconta e insegna.

I Walser hanno accettato di essere eremiti di alta montagna per essere liberi. Hanno vissuto isolati dal mondo, mantenendo intatta la loro lingua, l’alto alemanno, e la loro cultura. Hanno plasmato la montagna con quanto la montagna offriva loro, senza deturparla. Sono ancora visibili le testimonianze del loro duro lavoro: sentieri boschivi, abitazioni in pietra e legno, muretti a secco per delimitare terrazzamenti dedicati alle colture. In alcuni punti solo tracce che oggi stanno pian piano scomparendo perché la natura si sta riprendendo quel territorio che le era stato sottratto dal duro lavoro di questi uomini di altri tempi.

Percorriamo a piedi i loro sentieri, su per la montagna.


Poi succede l’imprevisto. Una brutta caduta, una ferita in fronte che spaventa, la solidarietà dei compagni di viaggio. Alcuni fermano l'escursione, altri prestano il primo soccorso, e c'è anche chi porta lo zaino fino alla meta (e due zaini in spalla mentre si sale in montagna sono impegnativi!). La solidarietà ruota intorno a quella caduta in alta quota. Chiamare i soccorsi? I Walser se li sono scelti bene i luoghi in cui isolarsi dal mondo! Solo un elicottero potrebbe raggiungerci in quel paradiso e poi non sembra così grave. E così continuiamo la nostra escursione senza più interiorizzare la natura che ci circonda, senza assaporare l’unicità di questi posti. Piano piano lo spavento per la caduta fa affiorare una nuova tensione ma ancora latente. “Non sono inciampato per distrazione, non sento la mano, non ho governato il bastone…”


A più di dodici ore dalla caduta, dopo essere tornato a valle sulle sue gambe, dopo due ore di autobus per il rientro a Milano, una rapidissima doccia e una breve attesa nel pronto soccorso del Niguarda, la neurologa ci conferma che la caduta è la conseguenza di altro. Oggi dopo dieci giorni al Niguarda circondato dalla costante presenza e attenzione di medici, infermieri e di tutto il personale della struttura, Antonio è tornato a casa e sta bene.

 Quella caduta in terra Walser ha evitato conseguenze peggiori!

lunedì 13 maggio 2024

ASD Cervino: Foroglio e Val Calnegia

Nella città di C. c’è una associazione sportiva dilettantistica, l’ASD Cervino. Giuseppe, un compagno di università di Antonio, collabora con questa associazione. 

Giuseppe è ingegnere e anche una guida montana esperta che da anni ci propone giornate sulla neve ed escursioni varie ma Marco e Luca erano troppo piccoli e lasciarli da soli per una intera giornata non “s’aveva da fare”. Fino allo scorso autunno abbiamo declinato l’invito. Poi la svolta non senza remore e rimorsi.

E’ vero che i ragazzi sono cresciuti ma la domenica è sempre domenica, è famiglia! Ci si alza un po’ più tardi, si fa colazione insieme… e sì qualche volta, ma spesso si vivono ore da separati in casa in cui ognuno è impegnato in attività diverse. Si pranza tutti insieme: primo, secondo, dolce… mmm…l’arte culinaria non è nel DNA dei brianzoli, non nel mio almeno. E poi ci sono le belle uscite pomeridiane...c’erano…”Che facciamo oggi pomeriggio ragazzi?” "Io devo studiare, io devo uscire con gli amici, io ho la palestra… Non è che voi uscite e ci lasciate la casa libera????"

Si forse una domenica ogni tanto possiamo anche dedicarla a noi.

Domenica 12 Maggio 2024. Partenza ore 6:00 dal Palazzetto dello Sport della città di C.. Poco meno di tre ore di pullman gran turismo e siamo pronti per la nostra escursione domenicale:  Foroglio e la Val Calnegia.

La cascata di Foroglio in Val Bavona, definita come la più spettacolare del Canton Ticino, ci appare dopo i primi minuti di cammino. L’acqua precipita per 110 metri di altezza con una potenza tale che solo gli occhi ci permettono di capire che è l’acqua a provocare tale fragore. Ma se la cascata ci accoglie è il villaggio a rapirci.

Foroglio è un piccolo agglomerato di case di pietra raccolte intorno ad una chiesetta del quattrocento.

Uno dei dodici villaggi del fondovalle chiamati “terre” dagli abitanti del posto. Le abitazioni sono le tipiche case dei Walser, una popolazione che abitava le impervie regioni alpine che per costruire utilizzavano quanto il territorio offriva loro: pietra e legno. Entrare in questo villaggio, in questa terra, è come fare un viaggio nel tempo e tornare al basso medioevo.

E la nostra guida ci spiega il perché: questa valle è rimasta isolata fino al 1950 (anno in cui è stata costruita l’unica via carrozzabile) e qui non è arrivata l’elettrificazione!  Oggi l’ energia elettrica viene prodotta con pannelli solari ma non basta a coprire l’intero fabbisogno annuo per cui oggi come un tempo i villaggi restano “vivi” solo d’estate.  

Siamo noi ora gli abitanti di questo villaggio e solo il nostro abbigliamento da moderni escursionisti amanti della natura ci ricorda che siano nel 2024 d.c.. Per noi è una giornata di svago, abbiamo dormito o sonnecchiato sull’autobus, abbiamo ancora le forze e l’energia per chiacchierare. E così con i nostri colori sgargianti e la nostra voce squillante svegliamo un villaggio che sembra uscire dal torpore dell’inverno e inizia la sua/nostra transumanza.

Una scalinata di pietra e sasso ci porta in cima alla cascata e da lì, immersi in un paesaggio bucolico, camminiamo costeggiando un torrente. 

Superiamo un magnifico ponte in pietra e poco dopo arriviamo al primo maggengo: la Splüia Bèla. È la costruzione sotto roccia più bella della zona: una lama rocciosa di oltre 30 m di lunghezza fa da tetto ad una costruzione in pietra e rocce che serviva da riparo. Una sosta intermedia per i pastori e il loro bestiame che nel mese di maggio abbandonavano i fondovalle invernali e solo di lì a poco avrebbero raggiunto gli alpeggi di alta quota dei mesi estivi. Sarà anche dura la vita dei pastori, lo sarà stata molto di più negli anni in cui questo rifugio venne allestito… ma altro che albergo 5 stelle, questo è un vero paradiso per gli occhi e per l’anima!

Ormai siamo nel mezzo della Val Calnegia, camminiamo tra lastroni di rocce granitiche, attraversiamo rivoli di acqua con l’aiuto dei compagni di viaggio perché ogni ruscello da attraversare è una catena umana che si forma per aiutare i meno esperti. Qualche scarpone finisce in acqua ma non ci fermiamo.

La nostra guida ci insegna a riconoscere il “veratro”, una pianta infestante altamente tossica che provoca vomito e problemi circolatori, così chiamata forse perché chi l’assume sta talmente male che credendo di morire è portato a dire tutta la verità nient’altro che la verità. La verità è che in questo momento iniziamo ad avere fame!

Lasciamo un ponte alla nostra destra, sembra portare a rocce enormi adagiate in un prato ma non prestiamo troppa attenzione. Dobbiamo arrivare all'ultimo rifugio prima della salita per il ghiacciaio del Basòdino, c’è altra strada da percorrere, acceleriamo il passo.

Il ghiacciaio è là in alto, maestoso. Noi nella valle sottostante siamo tanti puntini colorati seduti a banchettare tra rocce, erba, corsi d’acqua e neve rossastra. Si rossastra perché a fine marzo il vento aveva trasportato la sabbia del Sahara fino a quote altissime, poi abbondanti nevicate hanno nascosto questa coltre sabbiosa che riemerge con lo sciogliersi della neve.

Avrei voluto mio figlio Marco lì con me. Da piccolo faceva capricci perché lui la neve la voleva rossa non bianca, sarebbe stata la sua rivincita!

Minaccia pioggia, iniziamo a scendere, le nuvole si diradano ed ecco il sole! E il sole illumina le enormi rocce in prossimità dell’ultimo ponte che avevamo incontrato salendo. Non sono solo rocce!

E’ Gerra, un piccolo villaggio di rifugi di pietra nascosti che arricchiscono l’ambiente naturale senza mai deturparlo, una simbiosi talmente perfetta che rende difficile distinguere le abitazioni dai massicci rocciosi. Un tutt’uno i cui contorni diventano nitidi solo avvicinandosi.

Riprendiamo la discesa sotto il sole. Niente pioggia per oggi!

Alle 19:00 siamo di nuovo a casa carichi della energia che questo viaggio nel tempo ci ha lasciato.  

Grazie alla nostra super guida Giuseppe e a tutto il gruppo della ASD Cervino!


PS. Marco e Luca chiedono dove andiamo la prossima domenica.

mercoledì 7 febbraio 2024

La nostra maestra compie 80 anni: Auguri Suor Silvia!

Una telefonata di Francesca, il tentativo di ricontattare gli ex compagni, un gruppo WhatsApp e in pochi giorni siamo stati invasi dall’entusiasmo di organizzare la festa per gli 80 anni di Suor Silvia, nostra amata insegnante delle scuole elementari.

Una chat attivissima per condividere i preparativi e la divisione dei compiti. La distanza di tempo e spazio che ci ha separato per anni si è annullata e pian piano sono riaffiorati ricordi, canzoni, foto.

Non importava cosa avessimo fatto negli anni trascorsi dalla quinta elementare, dove vivessimo e come… il legame era quella Suora che ci ha introdotto allo studio, che ci ha insegnato ad affrontare la vita con gioia.

Così domenica abbiamo raggiunto Mandello portando con noi: un album con le nostre foto più recenti, torta, spumante e candeline…e tanta emozione.

emozione: l’emozione di incontrarci fisicamente, di trovarci diversi ma ancora noi; l’emozione di sentire la voce e vedere Suor Silvia.

Lei con l’entusiasmo di sempre ci ha accolto, ha intonato motivetti insegnati a scuola, ha proposto la recita di poesie e noi con lei a cantare spensierati e incuranti delle stonature che un tempo portavano alcuni di noi, me compresa, a muovere solo le labbra.

Poi siamo usciti dal convento dietro la sua guida e abbiamo raggiunto il Santuario della Beata Vergine del Fiume. Come una classe in gita scolastica siamo entrati, abbiamo ammirato affreschi e stucchi, ci siamo seduti nei banchi e la nostra maestra in piedi difronte a noi ha iniziato a raccontare la storia del Santuario con la passione e la gestualità con cui ci aveva insegnato l’alfabeto, le tabelline, la grammatica, la storia. 

Noi lì attenti ed emozionati come se il tempo che ci separa dall’infanzia fosse svanito.

E’ questo che fanno gli insegnati quando il loro lavoro è una missione: aiutano a cresce e restano nel cuore.

Quest’anno compiamo 50 anni, non siamo più bambini ma la sua energia e sua gioia di vivere ci ha contagiato e il prossimo incontro sarà per festeggiare questo nostro traguardo della vita adulta.

Grazie Suor Silvia per l’amore che ci ha donato e insegnato a donare!





venerdì 5 maggio 2023

50 ANNI INSIEME


Tutto ebbe inizio un pomeriggio di sabato del 1966 sulla strada che da Erba conduce a Molteno. Maria Grazia aveva 22 anni e stava camminando con due amiche verso il campo del pallone di Luzzana. Gianfranco di anni ne aveva 25 e girava in auto anch’egli con due amici in cerca di…

Pare che Gianfranco ebbe una vera e propria folgorazione e disse: “Scegliete quella che volete ma questa l’è mia” e Maria Grazia abbandonata la prudenza di ogni casta giovincella e forte del gruppo delle amiche pensò che un giro in auto si potesse anche fare. Sappiamo che un’amica di Maria Grazia stette male e non arrivarono nemmeno in gelateria, sappiamo che Gianfranco rimproverò Maria Grazia per non avere subito soccorso l’amica, sappiamo anche che Maria Grazia dimenticò l’ombrello in auto.

La prima uscita non fu un successo, ma qualcosa era sbocciato tra i due. Gianfranco con la scusa di riconsegnare l’ombrello si ripresentava puntuale ogni sabato, per poi fingere di averlo scordato. Maria Grazia, colpita dalla preoccupazione dimostrata per l’amica durante il primo incontro, faticava a conciliare una presunta serietà del ragazzo con il suo modo di vestire decisamente spavaldo e discutibile: quel giovane non indossava mai nulla di elegante, sempre magliette gialle con disegnate tre donne improponibili! Inoltre, aveva un naso importante o a detta di Maria Grazia: “L’è mia brut ma el ga un nas…”. Magliette e naso a parte la storia andò avanti per sette anni con un tentativo di matrimonio mancato perché il sabato designato per l’evento, Gianfranco doveva lavorare. E poi arrivò maggio: il 5 maggio 1973.

La cerimonia era fissata per le 15:30 nella parrocchia di San Giorgio in Molteno.  Finalmente eccoli lì sull’altare giovani e bellissimi a pronunciare il loro “Si”. Giusto per fare un po’ di gossip quella mattina Gianfranco non era stato in casa a prepararsi. Dove pensate che fosse un brianzolo a poche ore dal matrimonio? Era al capanon, in bottega, perché c’era un lavoro urgente da consegnare! E tra la fretta e l’agitazione si era tagliato e presentato all’altare con un bel cerotto al dito.

“Ci sosterremo e sopporteremo a vicenda finché morte non ci separi nella buona e nella cattiva sorte.” In quel momento si recita una litania tante volte sentita ma il bello viene dopo quando da quella chiesa si esce e la litania diventa realtà. Ma andiamo con ordine.

Un anno dopo arrivò la prima bimba, con le mani lunghe, la testa a pera per il lungo travaglio e un naso… beh “marca R”. Dice la leggenda che se fosse nata maschio sarebbe stata Tarcisio, ma la storia è altra, il destino la volle femmina e così le venne dato nome Renata. Primo figlio: gioie e dolori, tanti, forse troppi ma passa e quattro anni dopo arrivò una sorellina. Nomi maschili non vennero presi in considerazione, la forma della pancia parlava chiaro e tra Rodolfa e Paola vinse Maria Luisa. Fortunatamente la bambina si presentò senza testa a pera e con un naso meno appariscente.

Tutto sembrava andare per il meglio: la casa era pronta, il capannone avviato; ma un maledetto viaggio di lavoro a Maratea portò scompiglio e così Gianfranco, ormai papà, e il fratello Felice si ritrovarono in un letto di ospedale della Calabria abbandonati a loro stessi e lì sarebbero rimasti se zio Giovanni, zia Angela e zio Luciano non fossero partiti da Erba in ambulanza per andare a riprendere i loro fratelli. Trascorsero due anni di difficoltà di ogni tipo. Quando papà iniziò a stare meglio e si resse in piedi sulle stampelle, pensò di ringraziare la madonna che gli era apparsa in sogno durante la degenza in ospedale e decise per un altro figlio. Fosse la madonna o una forte dose di tranquillanti, lasciamo alla vostra sensibilità e al vostro credo, ma il figlio arrivò e prese il nome del fratello che lo aveva sottratto da morte certa: Giovanni.

Andando avanti di questo passo, vi distraete per cui acceleriamo un po’.

La famiglia era al completo: il tentativo di adottare due bambini sopravvissuti alla catastrofe nucleare di Cernobil non andò a buon fine e così rimasero in cinque.

Gli anni passarono con ritmi e velocità diversi a seconda dei momenti: i pranzi di Natale con zia Tita e zio Pier e le gite a Santa Caterina; le sere di Capodanno con Zio Andrea e Zia Enrica; le vacanze estive in quel di Esino Lario alternandoci a zia Bambina e zio Felice e poi i classici dieci giorni di agosto a San Remo o Bussana. Per inciso fuori dalla casa vacanze c’è ancora il posto auto di papà, proprio lì difronte al portone di ingresso! Perché il motto della vacanza era: “Al mar sem arrivà, mo la machina la se tuca no fino a la partenza”.

E poi ancora tanti scorci di vita quotidiana che di tanto in tanto tornano alla mente: “I pacchi che arrivavano dal convento di zia Renata; zia Rina anche lei suora perché in famiglia la santità non manca;  la pasta al forno e la torta paesana di zia Doso e zio Cesare, per non parlare della torta Dosolina la cui ricetta abbiamo tutti ma nessuno sa se davvero l’abbia inventata zia Doso; i regali di Natale di Zio Erminio e zia Ausilia per i bambini; zia Angela e zio Luciano con i quali trascorrere le sere estive in quel del capannone e le gite a Tovo; zia Regi e zio Giovanni e il loro galletto grigliato al Pian dei Resinelli; la mitica zia Giulia che ha fatto da seconda mamma a tanti nipoti; e ancora…zio Giulio che ci ha salutato troppo presto."

Cinquant’anni di vita di coppia prima allargata e poi ristretta perché è il giro della vita: i figli crescono, scelgono la loro strada, a volte non li capiamo ma li accettiamo perché fa parte dell’amore e sempre grazie all’amore arrivano generi, nuore, suoceri e nipoti.

Renata è andata a vivere a Milano con Antonio e oggi con loro ci sono Marco e Luca. Maria Luisa si è fermata a Monguzzo con Paolo e con loro c’è Miriam. Giovanni ha incontrato Jessica, hanno scelto casa a Longone e con loro Tommaso e Federico.

Cinquant’anni di sostegno e sopportazione reciproca, di affetto, rispetto e tanta pazienza perché la vita insieme è volontà costante, fatica e impegno; è una scelta e una conquista quotidiana.

E così oggi siamo tutti qui per festeggiare questi cinquant’anni. Molti di voi c’erano quel giorno e molti purtroppo ci hanno salutato per sempre; la vita ha un tempo limitato e non ci possiamo fare nulla. Ma quel tempo è un regalo prezioso e tutte le persone che ci accompagnano negli anni ci regalano una parte di loro. Sarebbe bello essere qui tutti insieme, rivedere genitori, fratelli e sorelle ma forse con noi ci sono perché li portiamo nel cuore, sempre.

Tanti auguri mamma e papà. Vi vogliamo bene.

Renata, Maria Luisa e Giovanni

martedì 21 febbraio 2023

COVID 19 ... per non dimenticare

Il governo di Pechino il 23 Gennaio 2020 impone la chiusura per quarantena dell’intera provincia dell’Hubei dove si trova la città di Wuhan. Blocco completo degli spostamenti all’interno del paese e di conseguenza dei collegamenti stradali, ferroviari e aerei. Blocco totale dell’economia e chiusura di tutte le scuole. Wuhan diventa simbolo di una città fantasma: strade vuote, negozi chiusi, parchi disabitati, spesa alimentare consentita solo online e consegne per comprensori al fine di ridurre al minimo i contatti. Obbligo assoluto di restare in casa e monitoraggio degli spostamenti di tutte le persone tramite il GPS dei loro dispositivi cellulari. Wuhan città natale di un virus apparso tra Ottobre e Novembre 2019. Un virus che si manifesta con tosse, febbre alta, stanchezza, difficoltà respiratorie e che degenera inesorabilmente causando la morte del paziente nell’arco di poche ore. Non in tutti, non sempre.

Da qualche giorno gli occhi di tutto il mondo osservavano cosa stava succedendo in Cina. Ma la Cina era lontana e la distanza riduceva l’empatia.

Mentre si cercava di capire da cosa fosse generato il virus e mentre gli esperti indirizzavano le coscienze ad abbracciare una tesi o l’altra* il virus venne diagnosticato anche in Italia e successivamente nell’intera Europa e come è facile ipotizzare varcò i confini.

Venerdì 21 Febbraio 2020, venerdì grasso in quel di Milano, un trentottenne di Codogno risultò positivo al Coronavirus. Nelle ventiquattro ore successive l’intero Paese sprofondò in una sorta di delirio collettivo: supermercati presi d’assalto, reti televisive sintonizzate su un unico tema, panico. 

Lunedì 24 Febbraio 2020: scuole chiuse, molti uffici anche. L’inizio di un incubo.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) parlò subito di pandemia da cui nessuno era escluso.

Il governo italiano adottò un approccio graduale nel tentativo di contenere la diffusione del virus. Vennero istituite le Zone Rosse: vere e proprie zone di confino nelle quali non si poteva entrare o uscire a causa della presenza di focolai del virus. Drastici limiti agli spostamenti in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, interessate dalla prima ondata del virus, con chiusura delle scuole e di molte attività produttive e introduzione di smart working.

Vivevamo tutti rinchiusi, terrorizzati dalle immagini che la TV ci mostrava: file di carri militari che trasportavano corpi morti, distese di bare negli ospedali, medici e infermieri costretti a lavorare per ore e ore in una sorta di scafandro antivirus nel tentativo di non morire mentre cercavano di salvare la vita ad altri, corpi intubati nell’estremo tentativo di strapparli ad una morte quasi certa. La spesa alimentare un incubo: carrelli riempiti on line e confermati nelle più disparate ore notturne, consegne ritardate e la ossessiva pulizia con alcool di ogni confezione di cibo depositato dal commesso del supermercato sul pianerottolo di casa. Ragazzi costretti a vivere la scuola davanti allo schermo di un computer: nessuna interazione con gli amici e con gli insegnati.

Fuori dalla finestra assoluto spettrale silenzio. E la paura che nonostante l’isolamento quel virus potesse raggiungerci comunque.

L’estate 2020 sembrava l’inizio della ripresa ma ad ottobre il Virus tornò. Nei mesi successivi l’Italia intera diventò la tavolozza di un pittore che spazia dal rosso all’arancione, dall’arancione al giallo dal giallo al bianco.  Gli indici dei contagi avevano il potere di cambiare il colore con cadenza mensile o settimanale. E il colore decideva le libertà concesse e quelle non. Dalla spesa on line si passò alla spesa con ingresso programmato e numero contingentato. La spesa: l’unica solitaria uscita consentita. 

In quei lunghi mesi siamo diventati tutti esperti di mascherine: chirurgiche, FP3, FP2 con filtro , senza filtro. Questo oggetto, indossato gli anni prima solo da qualche turista orientale per limitare gli effetti negativi dello smog,  diventò l'accessorio assoluto di ogni outfit. Poi finalmente la prima svolta. Nella primavera 2021 il primo vaccino: sono state somministrate le prime dosi con tutte le polemiche che lo hanno accompagnato e finalmente con il Green Pass ci siamo sentiti un po’ più sicuri ma ancora per gran parte del 2022 abbiamo convissuto con la pandemia. Con il passare dei mesi i contagiati hanno presentato sintomi sempre più lievi/simili nella maggior parte dei casi a quelli di una influenza stagionale.

E mentre il virus smetteva di fare paura, la guerra in Ucraina ha preso il sopravvento e il virus è subito sparito da trasmissioni televisive e dialoghi delle persone.

Sono trascorsi tre anni da quel Febbraio 2020, siamo tornati alla vita di prima, ma due anni sono rimasti sospesi. Per chi ha avuto la fortuna di poter lavorare per tutto il periodo in smart working isolato tra le mura della propria casa, la sensazione più comune del ritorno alla "normalità" è stata quella di incontrare amici, colleghi e conoscenti e parlare con loro di un ieri lontano due anni come se fosse stato lontano solo poche ore. Due anni scanditi da abitudini, ritmi e quotidianità diverse e per molti aspetti non vissuti.


*Ipotesi complottista: il virus e l'epidemia sono una nuova arma biologica.

Ipotesi errore: virus prodotto in laboratorio per valutare la capacità di causare l'infezione da Covid nelle vie aeree umane e diffusosi accidentalmente

Ipotesi selezione naturale: un virus che dai pipistrelli sarebbe passato ai pangolini e da questi ultimi all’uomo, fortificandosi attraverso successive mutazioni genetiche.


mercoledì 18 gennaio 2023

FERITO A MORTE -regia di Roberto Andò-



Ho acquistato i biglietti la sera di Halloween, attratta dalla promozione che avrebbe reso interessante qualsiasi rappresentazione. Tra un panel di proposte ho scelto senza dare troppo peso alla trama, alla regia, al cast. Alle spalle un romanzo di Raffaele La Capria che vinse il premio Strega nel 1961: male non sarà.

Poi è arrivata la sera della rappresentazione al PICCOLO.

Giornata di lavoro, lezione di total body circuit interrotta in anticipo per una veloce doccia, di corsa in metropolita ed eccomi davanti al teatro. Antonio è già qui ad aspettare. Un caffè con dolcetto prima di prendere posto per tamponare la mancata cena e tenere attivi i neuroni. 

Posto comodo nella platea centrale sinistra: la poltrona alla mia destra vuota, quella davanti occupata da una ragazza dalla folta chioma che mi costringe a spostare il collo a destra e sinistra a seconda della scena, alla mia sinistra Antonio. La temperatura nella stanza piuttosto bassa o forse sono io poco vestita. Fortunatamente ho con me il mio pellicciotto color panna.

Si apre il sipario, inizia la rappresentazione e... ma quello è Antonio Forte! Sì insomma Giovanni Ludeno che interpreta il personaggio di Antonio Forte nella serie tv “Lolita Lobosco”. Mi sembra di conoscerlo perché le serie tv hanno il potere di farti amare i personaggi e renderli familiari.

Alcune serie le seguo da tempo, ma la maggior parte le ho scoperte durante i mesi della pandemia. In quel periodo ho recuperato le produzioni degli ultimi 10 anni, è stato un modo per evadere, una compagnia ricercata sullo schermo, una sorta di obiettivo o meta alla fine di giornate tutte uguali. Mi piace la recitazione degli attori italiani, mi piacciono le storie che raccontano e gli accenti delle varie geografie.

Giovanni Ludeno qui è Ninì, personaggio chiave dello spettacolo, intrattenitore istrionico, formidabile.

Lo spettacolo continua, gli attori sono tutti molto bravi, curati gli abili, interessante la resa scenografica. 

Compare Gea Martire, madre di Ninì, già conosciuta in film e serie televisive che amo da “Il Commissario Ricciardi” a “I bastardi di Pizzofalcone”. Anche lei interprete meravigliosa e poi Paolo Mazzarelli in Sasà, Clio Cipolletta in Assuntina e Mariella, Sabatino Trombetta in Massimo giovane, Giancarlo Cosentino nel signor De Luca…

E Lei, la Nonna di Ninì, Aurora Quattrocchi. Lei, fantastica in “Nostalgia” accanto a Pierfrancesco Favino ed esilarante madre di Nino Frassica nella serie “I fratelli Caputo”… Lei incontrata in tanti film è qui. Meravigliosa e immensa sulla scena. Vederla recitare dal vivo è una emozione unica.

Purtroppo la storia non mi entra dentro, non mi coinvolge abbastanza, sicuramente è colpa della stanchezza della giornata, se non fosse per la bravura degli attori un po’ di torpore in alcuni momenti colpirebbe “anche” me. Ma la recitazione merita davvero un posto in platea.



sabato 22 ottobre 2022

17ANNI: MARCO

A te che per un anno ancora devi sopportare le limitazioni di non essere maggiorenne: proprio non è giusto essere nato ad Ottobre mentre i tuoi amici tra poco avranno 18 anni!

A te che segui le tue passioni con determinazione da sempre anche se la tua più grande passione è motivo di ansia e preoccupazione. Sì lei la moto! Abbiamo imparato insieme i nomi di tutti i piloti del Moto GP, della Moto 2 e anche della 3; abbiamo accolto Guido Meda come uno di famiglia ma ora la ostinata, ossessiva, esasperante richiesta di una moto accompagnata dal resoconto mensile dei tuoi risparmi ci spaventa.  I tentativi di spiegarti che non è solo una questione di soldi, che è pericolosa, è troppo presto, che non voglio venire a trovarti al cimitero, non servono a nulla! Quando compi 18 anni …per fortuna sono solo 17 oggi!

A te che quest'anno hai abbandonato parkour per la palestra ed è bello vederti condividere questa passione con il tuo amico Andrea. Ti dico spesso di non esagerare con i muscoli ma apprezzo tanto l'impegno e la costanza e in fondo mi fa pure piacere che per mostrarci i tuoi progressi usi me come bilanciere negli squot: sono così rari i tuoi abbracci spontanei che un bilanciere è meglio di nulla!

A te che stai costruendo giorno dopo giorno le basi del tuo futuro: stai studiando con impegno e anche se ripeti che lo studio non è tutto e non sei un topo da biblioteca, davanti ad una verifica perfetta in fisica mandi un whatsapp con scritto “HO SPACCATO”. Difficile capire se sei soddisfatto del voto, della tua preparazione o è solo il tuo orgoglio e il voler primeggiare perché non sopporti perdere… ma ci sta, va bene così.

A te che custodisci gelosamente la tua intimità e permetti a pochi di entrare nel tuo mondo; a te che scegli gli amici con cura perché conoscere una persona non è essere sua amica; a te che sei onesto e sincero ma a volte tanto polemico da disincentivare ogni confronto dialettico.

A te che hai i miei stessi capelli e lotti ogni mattina con cera e lacca per riuscire a domarli.  A te che proprio non ti riconosci con gli occhiali e che speri presto di toglierli definitivamente: non lo dico ma ero esattamente come te. A te che speri di crescere ancora qualche centimetro ma non sono i centimetri che rendono grande un uomo! 

A te che ho amato dalla prima ecografia e che amo infinitamente anche quando mi fai arrabbiare e sfidi la mia pazienza.  A te che compi gli anni per secondo ma sei nato per primo. A te che mi insegni ogni giorno ad essere mamma e per questo ti ringrazio ma ti chiedo anche scusa: lo so che sono spesso rigida ma ogni tua  prima volta lo è anche per me come mamma e non è facile vederti spiccare il volo. 

Auguri Amore mio!

La tua mamma